ODE ALLA SELVATICHEZZA

Che cosa fa per le donne questo intuito selvaggio? Come il lupo, l’intuito ha artigli che squartano e inchiodano, ha occhi capaci di vedere oltre le corazze dei personaggi e orecchie per udire oltre le chiacchiere. Con questi formidabili strumenti psichici la donna assume una consapevolezza animale acuta e persino precognitiva, che approfondisce la sua femminilità e acuisce la sua capacità di muoversi fiduciosamente nel mondo esterno.
Quando facciamo valere l’intuito, siamo come una notte stellata: fissiamo il mondo con migliaia di occhi.
(C. P. Estes)
Ogni volta che cammino a piedi scalzi sulla terra, mi immergo nelle fredde e tumultuose acque vive, annuso una pianta o ne bevo l’infuso, sussurro a un albero la mia canzone e poi mi metto in ascolto, quando mi immergo nel micelio, ogni volta che il mio canto si fa vero e davanti al fuoco il tamburo si accende di vita, chiamando il cuore alla presenza… ogni volta che sento il richiamo delle mie sorelle, dei miei fratelli, umani e non umani, ogni volta che sento accanto a me pellicce, umidi nasi, artigli, squame, sangue, fluidi, vita…ogni volta che nell’abbraccio dell’amore torno a casa e depongo le armi per scivolare nel tutto, ogni volta che scorre acqua dai miei occhi e la risata sconquassa la pancia, ogni volta che sotto al cielo stellato mi trovo sulla terra a condividere il mistero e la via dei sogni con le mie sorelle… io ritrovo la selvatichezza.
Ritrovo una voce che mai tace, mai si fa muta, una voce che è lì da sempre e per sempre, una voce che è carne, sangue, sussurro, fiato, una voce che mi invita a scendere, a entrare nel mistero, a fare un passo dentro al bosco e ascoltare il canto del vento tra le foglie, il silenzio selvatico degli animali nascosti e attenti, ritrovo la radice da cui non posso mai separarmi, ma che posso dimenticare.
La selvatichezza non è rifiuto o fuga del civilizzato, non è scappare dall’incontro con il Sole, con il logos, con il divino, la selvatichezza è integrità, è non dimenticarci dell’animale che siamo e che non smette mai di riportarci a casa, verso la salute.
La selvatichezza è un’energia calda e tuonante, che scorre dentro ognuno di noi, come lava, come fluido magmatico portatore di vita autentica e di verità. La Selvatichezza ci riporta nel coraggio e nella fiducia, ci restituisce la forza per entrare nel bosco, nel buio, nel profondo, quel luogo da cui ci siamo allontanate e allontanati, perdendo una parte di noi.
La selvatichezza è resa, non dell’animale in trappola che viene reso schiavo, ma del lasciarsi andare alla vita sentendone la spinta più alta, ascoltando la chiamata ad essere chi siamo, affidandoci al flusso dell’esistenza come un rapace si affida ai venti cavalcandoli. La selvatichezza è connessa al piacere, al sentire, al fidarci del corpo che ci parla momento per momento con sensazioni, attivazioni, sintomi.
È aprire il cuore a noi stesse e a ciò che ci attraversa, per accoglierlo e comprenderlo, è sapere di che cosa nutrirci, ascoltare la sete, sentire la chiamata dell’anima e seguirla.
Ritrovare una parte di noi profonda e antica come la vita, eppure sempre connessa al presente, una parte capace di tenerci sveglie e proteggerci, come una madre, come una guida, una parte che sa, che è qui, che non si è mai persa nonostante tutto.
Quando la Selvatichezza ci chiama possiamo rispondere o no, ma quella chiamata resterà come un eco dentro di noi, una nostalgia, fino al momento giusto.
La selvatichezza è salute e la salute è sempre una possibilità, una strada che possiamo scegliere, come donne e come uomini, anche se a volte ci sentiamo e siamo così lontane e lontani da ciò che è la nostra natura e ci fa stare bene.

La Selvatichezza è una risorsa enorme per noi, ricordiamocelo sempre, possiamo attingervi in qualsiasi momento, a volte basta davvero semplicemente togliersi le scarpe e accarezzare la terra, anche in pieno inverno, anche quando è ghiacciata, superando il confort a cui siamo abituate e che ci ha reso un po’ anestetizzate. A volte semplicemente sfidare la stanchezza e la pigrizia per ritrovarci attorno a un fuoco come i nostri antenati hanno fatto da sempre, cantando, raccontando storie, riscaldandoci.
L’animale corpo ama la semplicità, risponde subito al tocco, anche a quello del vento, riconosce l’odore della notte, il silenzio dell’inverno, il sapore delle bacche mature e attraverso questi semplici stimoli si nutre, si ricorda, espande il respiro e ammorbidisce la pancia, si stiracchia ritrovando spazio e lunghezza, vibrazione e bellezza, riprende il ritmo del passo, in accordo con la ciclica natura che è matrice universale.
Ed è con queste parole che vibra il mio sentire, in una mattina lenta e un po’ vuota finalmente, con la gola che pizzica e il naso che cola, con la gatta acciambellata nella poltrona davanti a me e la coniglia che si liscia le orecchie a lungo, con la nebbia fuori dalla finestra, umida e bianca come una dea, con il cuore silenzioso, e vivo, trepidante per l’atteso incontro con le sorelle, per celebrare il Solstizio insieme, creando e tessendo questa Selvatichezza che siamo.