Sono stati giorni e settimane difficili, silenziose, in cui le mie energie avevano bisogno di stare dentro, a curare parti di me che chiedevano ascolto, attenzione e morbidezza. Ferite antiche che tornano a mostrarsi in situazioni nuove e diverse, portano a volte un senso di sopraffazione, di tornare al punto di partenza come in un gioco dell’oca, che continuamente ci riporta lì, anche quando sembra di essere molto lontani. Ma sappiamo, o possiamo ricordare, che il cammino del femminile è un cammino a spirale, che continuamente ci riporta sugli stessi nuclei ma da diverse prospettive, per mostrarci la complessità e la multidimensionalità che siamo. Così come il nostro ciclo ormonale torna continuamente a mostrarci la stessa dinamica vita-morte-vita, ricordandoci che il punto è proprio quello, imparare ad attraversarla e integrarla senza attaccamenti e senza aspettative, in ogni ambito della vita, poiché in essa è contenuto il potere di creare e distruggere, che come donne incarniamo.

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Quando ci siamo in mezzo però, quando la morte di qualcosa che stavamo coltivando, sia esso un progetto, un figlio, una creatura, una relazione, arriva per invitarci a un lungo viaggio per ritrovarci e ricostruirci, è doloroso, e da qui non si scappa. Anche quando vediamo il senso più profondo delle cose, e abbiamo fede che la vita operi sempre per il meglio, il dolore è un passaggio necessario. E riempirci di altro per non sentirlo, potrebbe davvero ostacolare il nostro processo, anche se lo facciamo spesso, anche per educazione in una cultura che nega la morte, la grande rimossa. Abbiamo fretta di passare alla rinascita, senza consegnarci pienamente al processo. Lo osservo in me, lo osservo in molte donne, lo osservo negli uomini. Nella consapevolezza del ciclo mestruale, dove la mestruazione è una vera e propria morte e chiusura del ciclo appena vissuto, possiamo osservare che spesso facciamo fatica a fermarci e darci il tempo di sentire le emozioni, la stanchezza, le percezioni sottili che possono essere guida per un nuovo inizio, e ci affrettiamo a passare già alla fase successiva, alla rinascita, senza godere dei piccoli passaggi che dal buio ci traghettano verso la luce, impercettibilmente.
Parimenti in altri processi di morte e rinascita, la difficoltà è quella di stare nel vuoto. Così ci riempiamo, di cose, cibo, relazioni, persone, tecnologia, corsi e percorsi, cose da fare. Perché stare lì fa paura. Salvo poi accorgerci, a un certo punto, che per quel vuoto ci dobbiamo passare. Anche se ne faremmo volentieri a meno, ma nulla di nuovo potrà nascere se non abbiamo fatto veramente spazio, nulla di nuovo e di sano. A volte ce ne accorgiamo tardi. E c’è chi ne farà le spese magari. La Terra ce lo insegna, a non affrettare le cose, ce lo insegna adesso, a fine febbraio, quando la rinascita è iniziata perché nulla è stato affrettato, abbiamo vissuto l’inverno.

Ho letto un libro nei giorni scorsi, e ho ritrovato il potere enorme che ha per me la lettura, un potere balsamico e allo stesso tempo rivelatore. La signora trasformata in volpe, di David Garnett, mi è stato consigliato da una amica, e mi ha subito attirata visto il mio forte legame con le volpi (di cui magari parlerò in un altro post più avanti). Qui c’è una donna che si trasforma improvvisamente in volpe, mentre passeggia con il marito, è una metamorfosi che parla anche di rivelazione: il femminile rivela il suo aspetto selvatico! L’uomo tenta dapprima di preservarne gli aspetti umani, di un femminile addomesticato e docile, tenta di salvare l’immagine che ha di lei, l’ideale che le ha messo addosso. Ma pian piano deve confrontarsi con gli aspetti più selvaggi e bestiali che emergono, con un istinto che la donna-volpe non può più mettere a tacere, e pur nella difficoltà e nella grande disillusione che prova in certi momenti, dove l’immagine che aveva di lei va in pezzi assieme al suo cuore, viene spinto verso un grande viaggio di rewilding, che non vi voglio svelare per non rovinarvi la lettura. Una lettura che mi ha commossa perché mi ha riportata alla possibilità di esser amate per quelle che siamo, negli aspetti più crudi, selvatici, e anche in quelle parti addomesticate che non vogliamo mollare. Di essere amate intere. Quando siamo volpi, madri, amanti, donne perbene, quando scappiamo selvagge verso il tramonto e quando torniamo a cercare quel calore che solo l’amore può darci. Di essere amate nella verità, non nella proiezione e nell’idealizzazione che possiamo ispirare, o nel dover essere al quale pensiamo di doverci adeguare per poter essere accolte. Siamo tutte Silvia Fox e tutte meritiamo di incontrare un Mr Tebrick che possa amare il femminile vero, autentico, con pelliccia, coda e zanne insanguinate. E finché Mr Tebrick è ancora vivo, come l’autore del libro ci ricorda nel finale, possiamo attraversare i cicli, le vite, le morti e la trasformazione, sapendo che comunque saremo amate.